Inferno burocratico #transgender – Intervista ad Antonia Monopoli

Inferno burocratico transgender: “Ora basta, il nuovo sesso venga riconosciuto prima dell’intervento chirurgico” di G.M.B.

Sono Valeria”. Ma è un uomo. Condannata una trans”. La notizia campeggia sulla homepage del blog dedicato al disegno di legge 405 (http://disegnodilegge405.blogspot.it/). E, in effetti, ne è la miglior sintesi. Perché lo scopo di questo disegno di legge è consentire alle persone transessuali di ottenere che il cambiamento di genere venga registrato dall’anagrafe prima che sia stata effettuata l’operazione chirurgica. Ne parliamo con Antonia Monopoli, una persona che conosce molto bene il problema. Per averlo vissuto direttamente (la sua pratica burocratica si è conclusa un anno fa) e perché lavora a Milano allo “sportello trans” della ALA Onlus che fornisce assistenza psicologica e per l’inserimento lavorativo a quanti affrontano il problema del riconoscimento della loro identità sessuale. Il caso di Valeria è quello di una persona trans che viene fermata a Lecce dalla polizia, nella zona “a luci rosse”, come riporta la cronaca de La Gazzetta del Mezzogiorno. I poliziotti le chiedono come si chiami, e lei risponde appunto “Valeria”. Ma dal controllo dei documenti risulta che il vero nome è un altro: “Gino Ciurlia”. Scatta la denuncia per falsa attestazione di identità a pubblico ufficiale. Qualche giorno fa la condanna a un anno di reclusione con la condizionale. Il paradosso è che avevano ragione tutti. Sia i poliziotti (l’identità era formalmente falsa), sia Valeria (che si considerava tale). Ad avere torto era, ed è, la legge. Chi decide di cambiare sesso deve seguite un percorso (predisposto dall’Onig, Osservatorio nazionale sulle identità di genere) che prevede un periodo iniziale di indagini ormonali e psicologiche. Quando questi esami (mediamente in due anni) si concludono, viene elaborata una relazione che va al tribunale di residenza. Poi c’è l’operazione chirurgica. E solo dopo che è stata compiuta la pratica per il cambio all’anagrafe può essere avviata. Da quel momento in poi possono passare anche altri cinque anni. Antonia Monopoli parla di una “vita d’inferno”, segnata da enormi problemi pratici e da continue umiliazioni: “Vai a votare e l’addetto al seggio, dopo aver controllato i documenti, ti ordina di metterti in fila assieme agli uomini. E quando cerchi un lavoro, ti ritrovi a dover rispondere ad autentici interrogatori sulla tua vita condotti da impiegati delle agenzie interinali”. Che spesso, tra l’altro, non risolvono il problema. Il caso di Valeria è particolarmente emblematico anche per il luogo dove si è consumato il reato: una zona a luci rosse. Perché la prostituzione in molti casi è davvero l’unica possibilità di lavoro per quanti, in attesa che la burocrazia faccia il suo corso, non riescono a trovare un’occupazione a causa dell’incertezza burocratica sul loro genere sessuale. Un percorso crudele e sostanzialmente inutile. I sostenitori della nuova legge fanno notare che dopo la conclusione delle analisi psicologiche e ormonali è già tutto chiaro. Si tratta semplicemente di prenderne atto. Un adempimento per il quale non è necessario l’intervento del giudice: dovrebbe essere sufficiente una comunicazione al prefetto. Ma nel disegno di legge c’è anche un’altra riforma molto rilevante. Riguarda “chi alla nascita presenta condizioni congenite nelle quali lo sviluppo del sesso cromosomico, gonadico o anatomico è atipico”. Si tratta dei casi di quei bambini che nascono con caratteristiche anatomiche che rendono il sesso incerto. “Oggi – spiega Antonia Monopoli – è il medico, subito dopo la nascita, a decidere come regolarsi.Gli interventi chirurgici sono quasi immediati, col risultato che in molti casi dà al neonato un sesso diverso da quello che poi crescendo sentirà come suo”. Il disegno di legge prevede invece che il neonato“ non può essere sottoposto a trattamenti medico-chirurgici per l’assegnazione di caratteri sessuali di un solo sesso, tranne che vi siano pericolo di vita o esigenze attuali di salute fisica che escludano la possibilità di rinviare l’intervento”.Il senso della norma è evidente: “A scegliere – dice Antonia Monopoli – deve essere la persona direttamente coinvolta e nessun altro deve poter decidere per lei. Questa consapevolezza, poi, può arrivare a età diverse. Io già 7 anni sapevo che mi era stato attribuito il sesso sbagliato. Per altri la consapevolezza arriva con la pubertà. Di certo non può essere un medico a decidere per un bambino appena nato”. La nuova legge prevede che “la modificazione dell’attribuzione di sesso della persona minore d’età è autorizzata dal giudice tutelare”.
Fonte dell’intervista: Tiscali Cronaca 

Antonia – Milano Pride 2014

Il 28 giugno del 2014 sul territorio di Milano come ogni anno, il Coordinamento Arcobaleno di Milano e provincia ha organizzato oltre alla Pride Week, la parata del Pride. Come ogni anno negli ultimi anni, anche quest’anno Antonia Monopoli responsabile Sportello Trans ALA Milano Onlus è stata la portavoce trans del Milano Pride 2014. Qui di seguito potete leggere e vedere il suo intervento effettuato dal palco: Sono qui per parlare della situazione delle persone trans in Italia, una responsabilità e un onore per me. Oggi la persona transessuale è prima di tutto “utente”, che si rivolge a strutture convenzionate, andrologi, psicologi e psichiatri per avviare il percorso di transizione. Poi diventa “assistito” di un qualche avvocato che dovrà accompagnare a più udienze per le istanze di autorizzazione all’intervento chirurgico di cambio di sesso e successivamente di rettifica dei dati anagrafici. Poi è “paziente” di medici chirurghi non sempre sufficientemente competenti. In tanti parlano al posto delle persone in transizione: psicologi, giuristi, avvocati, endocrinologi, andrologi, chirurghi, giornalisti, ma nei fatti le persone transessuali che parlano di sé, sono pochissime perché oggi, in Italia, dirsi transessuale significa perdere il lavoro, non riuscire a trovare una casa in affitto, rischiare di perdere gli affetti, venire additati, essere sottoposti a mobbing, dover essere i migliori per essere trattati come mediocri. Oggi, in Italia a denunciare lo stato di transessualità delle persone è lo stato stesso, che nega la possibilità di cambiare i documenti quando la persona lo desidera e che costringe ad anni di inevitabile stigma, che ormai fa parte di quella moderna via crucis, fatta di stazioni predeterminate scandite da perizie, sentenze e liste d’attesa, che porteranno alla rinascita della persona nei panni dell’altro sesso. La condizione delle persone transessuali in Italia oggi è di persone oppresse ed io ma non solo io, anche tutto il movimento trans italiano ha deciso di sostenere il disegno di legge 405, di cui potete trovare i dettagli su disegnodilegge405.blogspot.it perché questo DDL si prefigge lo scopo di eliminare le due più grandi oppressioni che colpiscono le persone transessuali ed intersessuali: l’impossibilità di autodeterminarsi nel nome e nel sesso scegliendone uno coerente al proprio aspetto ed il mancato divieto di intervenire chirurgicamente sul sesso dei bambini neonati nati con genitali atipici. Il documento politico del pride cita donne, migranti, diversamente abili, lavoratori precari e sfruttati, credenti di minoranze religiose, giovani e studenti, famiglie arcobaleno quali soggetti che più facilmente rischiano di essere discriminati, specialmente nel mondo del lavoro e soprattutto in questo periodo, perché nei periodi di crisi i “lavoratori desiderabili” abbondano. Le persone transessuali, per prime, sono vittime di pluridiscriminazioni, specie se appartengono anche ad una delle categorie citate, faticano a trovare lavoro, sono costrette ad accettare lavori poco desiderabili o a condizioni inaccettabili, faticano a trovare una casa o a terminare gli studi, stentano ad inserirsi nel contesto sociale e politico, non avendo alcuna legge che le tuteli. La possibilità di cambiare identità quando lo si ritiene opportuno significherebbe non dover dare spiegazioni ogni volta che ci si trova a mostrare un documento, significa poter trovare un lavoro con la stessa difficoltà degli altri, significa poter emettere fatture senza doversi giustificare, significa poter considerare l’idea di tenersi quel corpo che la legge vuole vedere adeguato a canoni sessisti così com’è, significa iniziare a parlare della transizione come un percorso di liberazione da maschio o da femmina a sé stessi e non come passaggio da un sesso all’altro, senza che ci sia l’obbligo di sottoporsi a interventi chirurgici di cambio di sesso. Finché sarà lo stato a denunciarci come transessuali ogni volta che mostriamo un documento, permettendo alle persone transfobiche di indentificarci ed escluderci, finché non ci sarà alcuna legge a tutela delle persone trans* che “non passano” e finché le persone intersessuali saranno operate coattivamente ai genitali saremo tutti più concentrati a condurre un viaggio verso l’inivisibilizzazione che verso la liberazione. Intervento dal palco: Milano Pride 2014
Questo intervento è un’estrapolazione de La condizione trans in Italia oggi  di Michela Angelini