Proiezione del documentario “Antonia”

In previsione della Giornata contro l’Omotransfobia del 17/05/2015 il Gruppo Varco presenta la proiezione del documentario “ANTONIA” di Dimitri Singenberger con la partecipazione di Antonia Monopoli, responsabile dello Sportello Trans ALA Milano Onlus. Coordina l’evento Gerardo Maiello, scrittore, colui che ha già scritto una recensione che potete leggerla qui in basso. Il documentario sarà proiettato Martedì 28 aprile 2015 ore 20:30 presso Sala Claudiana della Libreria Claudiana via Francesco Sforza 12a Milano.

Prima parte della recensione: Molti sanno chi è Antonia Monopoli ma pochi sanno chi è Antonia. Antonia Monopoli è una nota attivista nel mondo dei diritti LGBTQI, responsabile dello Sportello Trans ALA Milano Onlus. Antonia è una donna transessuale, scarpe basse, trucco leggero, capelli lunghi e soffici che fanno pensare ad un rossastro tramonto, che vive il suo essere presente con la consapevolezza di chi sa di doversi guadagnare, con la forza e la costanza del vivere in un tempo che sfugge ma non ritorna, la felicità ritagliata da un angolo di silenzio nel caos della città: la casa di periferia ed una finestra dalla quale poter far entrare la luce del dì e della strada. (per approfondire la lettura sulla recensione 

Documentario – Antonia – 3a recensione

Recensione di Monica Ferrari, counselor e educatrice presso il progetto Via del Campo, sul documentario “Antonia” del regista svizzero Dimitri Singenberger, proiettato in prima visione mondiale presso il 28°Festival Mix Milano. Recensione: Conosco Antonia da diversi anni, anni nei quali ho avuto modo di conoscere varie sfumature del suo carattere, l’ho vista sicura, fragile, arrabbiata, felice, furiosa e spensierata ma il video di Dimitri Singenberger è riuscito a svelare parti che spesso Antonia cerca di tenere celate. Antonia in questo “docu-film” si è messa a nudo, non solo metaforicamente, non ha avuto paura di mostrarsi per quello che è tra le mura di casa, senza trucco né vestiti, sfoggiando un animo nel contempo seduttivo e malinconico, sfacciato e contemporaneamente riservato e pudico.

Si è mostrata a 360 gradi come solitamente non fa, mettendo da parte la Antonia pubblica, militante, sicura di sé a volte al limite dello scontroso, per mostrare la donna che ammicca, che seduce, che scopre e contemporaneamente viene scoperta.

Se da un lato si racconta, costringe anche il suo interlocutore a mostrarsi, a svelare emozioni sensazioni che lui vorrebbe restassero dietro alla macchina da presa. Spesso si coglie l’imbarazzo del regista che si trova suo malgrado a riflettere su pensieri, comportamenti, stereotipi in un gioco delle parti che gli sfugge di mano, come se l’attore fosse lui e le redini del gioco fossero in mano a colei che dovrebbe essere raccontata, Antonia.

Vedere questo docu-film ti lascia la sensazione di aver fatto un viaggio, e come dice Maruja Torres: ”la maggior parte di noi si porta dentro, da sempre, un viaggio, che non è una semplice visita o una vacanza, ma un sogno. Un viaggio di questo tipo si alimenta di letture, cartoline illustrate, carte geografiche, fotografie, persone che arrivano con delle notizie, avventure vissute da altri e di cui uno si sente partecipe nell’oscurità di una sala cinematografica o a casa, soli davanti alla televisione

 

ANTONIA – Intervista radiofonica

Lunedì 23 giugno, ultimo giorno del 28° Festival Mix Milano, Antonia Monopoli è ospite nella trasmissione radiofonica di Cult Radio Popolare, condotta da Barbara Sorrentini, per un’intervista sulla sua esperienza insolita come protagonista del film documentario denominato “Antonia” del regista svizzero Dimitri Singenberger. Dove accenna alcuni passaggi del film documentario, per ascoltare clicca qui
Recensione realizzata da Gian Paolo Galasi, denominata Antonia
“Sono un camaleonte” I diversi colori di Antonia – intervista di Giulia Menegardo per MFN – Daily

Documentario – ANTONIA – 1a Recensione

Recensione di Gian Paolo Galasi, professione fotografo, sul documentario “Antonia” del regista svizzero Dimitri Singenberger, proiettato in prima visione mondiale venerdì 20 giugno presso il 28°Festival Mix Milano. 

Il documentario, come la fotografia, è un metodo insidioso per riprodurre e mostrare frammenti di realtà. C’è l’illusione dello sguardo oggettivo, quando in realtà il montaggio è una lingua e quindi gode di due aspetti, uno strutturale e impassibile e uno, diciamo, di valore d’uso e quindi appassionato. C’è l’illusione dell’immortalità di ciò che viene riprodotto, quando in realtà l’immagine vive sempre del suo essere tra due mondi, quello del passato che non è più e quello della coazione a ripresentarsi nel presente, sotto la forma fantasmatica della proiezione. Le immagini bloccano il senso della perdita, e donano l’illusione di conoscere; una fotografia indica, una sequenza di fotogrammi spiegano.

Il documentario, come la fotografia, è stato per lungo tempo strumento di possesso, come è avvenuto nei documentari etnografici. Ma sia le immagine statiche che le immagini in movimento sono state utilizzate, a partire dai surrealisti, per aprire uno squarcio sul mondo interiore. L’essere umano soffre di una ferita originaria, gode di un linguaggio con cui esprimere le proprie esperienze, che impara ad articolare nel corso della sua esistenza, ma non tutte le sue esperienze, sopratutto quelle intime, sono reversibili in una lingua. C’è spazio per un resto che rimane escluso dall’espressione e resta nel dominio della pura esperienza, della nuda vita.

Antonia è un documentario molto particolare, a partire da quell’inquadratura nell’ascensore dove la protagonista e il regista risultano entrambi visibili allo specchio, e dove è svelata anche la presenza della macchina da presa, che è un esempio estremo di stereoscopia, quel fenomeno tipico delle immagini, che di natura sono bidimensionali, approfittando del quale, tramite l‘uso delle ombre, in fotografia è possibile dare a chi guarda l’illusione della tridimensionalità, della profondità. Qui la stereoscopia si fa quasi metafisica, smette di mostrarsi solo come strutturale e diventa incontro, perché nel soggetto rappresentato, a un certo punto, nasce il bisogno di conoscere, di sperimentare, di sapere. Non è un soggetto passivo ma un soggetto attivo, che innesca un simile meccanismo in chi riprende.

Il documentario è una indagine, solitamente si sviluppa attorno a un soggetto di cui mostra determinate azioni per spiegarne il funzionamento. Di questo meccanismo il soggetto del documentario di solito è all’oscuro, lo vediamo spesso in documentari naturalistici ma talvolta anche in documentari che ci mostrano situazioni umane, dove chi viene ripreso ha l’illusione di essere protagonista, soggetto, ma in realtà ha la funzione di una macchina performativa, un meccanismo che si rivela all’occhio desideroso di vederlo/possederlo; ogni visione in questo senso è onirica, perché tendenzialmente priva di quello scarto che di solito si produce nella realtà tra l’azione e il linguaggio che la descrive: nel documentario solitamente la didascalia, la spiegazione, è o si vuole aderente al soggetto ripreso, come fosse il suo vestito perfetto, ideale.

In Antonia abbiamo invece la situazione opposta: la protagonista acquisisce uno spazio che va oltre quello della rappresentazione, abbiamo un momento dolce di intimità tra la protagonista e il regista ad esempio, che è l’irruzione del reale nella struttura della fiction, nella trama narrativa. Tutto avviene con naturalezza, con una strategia di avvicinamento che non a caso segue un dialogo tra i due dove riaffiorano i fantasmi del noi/voi, dell’articolazione di una differenza tramite quella barra di divisione che è quella del linguaggio, di quello parlato come di quello cinematografico (campo/controcampo). Attraverso i dettagli del corpo di Antonia nella vasca da bagno, abbiamo la visione di oggetti parziali anziché di un dettaglio, il ritorno a una specie di utero materno dove la visione non è più totale ma spezzettata, una visione che scivola dolcemente sui particolari creando imbarazzo al creatore della visione, per sua stessa ammissione.

Non è una cosa che avviene per caso, sicuramente il desiderio di conoscere di entrambi i protagonisti di questo lavoro, regista e soggetto, ha lavorato sottopelle per arrivare a ottenere questo risultato. Ho pensato a Stalker di Tarkovskij vedendo questo documentario, perché quel piccolo rinfacciarsi le proprie posizioni, quel ‘voi transessuali‘, e quel ‘voi normali‘, è la stessa cosa che avviene ai protagonisti del film del regista russo prima di entrare nella stanza in cui si realizzano i desideri. E’ l’azione dello spogliarsi, del lasciare la pelle/pellicola per entrare in uno spazio più intimo, più personale, dove finalmente è possibile conoscersi al di là del linguaggio e del pensiero, e dove l’immagine, ridotta al suo statuto di parzialità, torna a suggerire invece di dire, e suggerisce innanzitutto un’etica dell’avvicinamento, dove il desiderio diventa quel campo magnetico dove è possibile che succedano delle cose, e all’interno del quale qualcosa di indefinito avviene, si dispiega.

Si crea così un campo di immanenza, una situazione, dove ciò che viene restituito allo spettatore è innanzitutto un modo di avvicinarsi all’altro in cui, improvvisamente, la dimensione dell’alterità svanisce, lasciando il suo posto a uno spazio bianco dove le risposte condizionate dal gioco delle identità consuete non hanno più spazio né ragione di essere. Nasce un’etica dell’incontro, una indicazione precisa di come mettere in gioco il proprio desiderio di conoscere, di sapere.

Credo che il cinema e la fotografia abbiano un fondo perverso, sono strumenti che permettono all’essere umano di interrompere il flusso naturale delle cose e fermarle, per non soffrire il senso della perdita. Quando come in questo documentario il substrato del desiderio viene portato allo scoperto, cinema e fotografia esplicitano il proprio senso, e acquisiscono o riacquisiscono la propria capacità di mordere, di affondare i denti nella realtà modificandola, senza catarsi o esorcismi ma creando un campo di immanenza dove è possibile sperimentare qualcosa di nuovo.

Se una data realtà ancora non gode di una lingua per essere esplicitata è solo a partire dal desiderio di conoscere che una nuova lingua si può formare, e il passaggio dal noi/voi all’adesso, al momento, al qui e ora, di cui potete godere vedendo questo filmato di mezz’ora, è il passaggio dal differenziale di cui vivono le strutture linguistiche in cui ci muoviamo all’abolizione della differenza, al momento del contatto. E’ a partire da questo momento che le nostre strutture di pensiero smettono di esistere, si prendono una pausa, per uscirne poi rinnovate, nel momento in cui devono rendere conto dell’accaduto, che di solito coincide con l’impensato, con il nuovo. E’ il desiderio più antico del mondo, e Antonia, nel suo piccolo, ce ne concede un breve saggio.

Gian Paolo Galasi, Photography  

I diversi colori di Antonia

«SONO UN CAMALEONTE». I DIVERSI COLORI DI ANTONIA
di Giulia Menegardo

La protagonista del cortometraggio di Dimitri Singenberger si racconta. Un gioco di riflessi che diventa autoritratto.

Ho incontrato Antonia nel suo ufficio allo Sportello Trans ALA di Milano. Mi ha accolta con la tranquillità di chi è a proprio agio e desidera farti sentire al sicuro. La realtà corrisponde all’immagine del film che porta il suo nome, Antonia. Una donna trans sorridente, dalla stretta di mano delicata ma decisa, consapevole di non poter essere completamente donna ma determinata a non voler dimenticare nessuna fase del suo vissuto. «Sono nata con un corpo maschile e ora sono una donna trans, ma quello che ero ha arricchito quello che sono». Dimitri assiste a una storia che si racconta con naturalezza mentre si svolge. L’occhio indagatore della telecamera riporta fedelmente episodi quotidiani della vita di Antonia, si fa largo tra ciò che è pubblico e trova un passaggio per un mondo privato. Il punto di vista cambia in corso d’opera, da osservatore diventa partecipe, in un continuo gioco di sguardi sulla vita e la persona di Antonia ma anche su di sé e le proprie reazioni. Le riprese oggettive ci coinvolgono nel film come interlocutori, allo stesso tempo qualcosa ci ricorda che questa non è finzione ma realtà.

Come vi siete incontrati tu e Dimitri e come è nata l’idea di questo progetto?
Mi ha contattato lui. L’idea iniziale era di fare dei ritratti di persone trans ma no ve ne erano disposte a farsi coinvolgere. Allora siamo rimasti noi due, di conseguenza è nato un rapporto di fiducia che è poi diventato amicizia.

A un certo punto c’è una sorta di inversione di ruoli, in un certo senso diventi tu la regista che indaga le sue sensazioni. Era previsto dal principio?
No. Molte decisioni sono state prese mentre giravamo. All’inizio non voleva, poi si è coinvolto e in certi momenti si è fatto riprendere. Da parte sua c’era curiosità ma era titubante e timido, ho cercato di fare un po’ da guida, di spronarlo. In certi momenti ho anche osato un po’, per vedere le sue reazioni.

Nel film dici che “il maschile rimane a livello mentale”, cosa intendi?
Le persone che nascono maschi sono impregnate del maschilismo che caratterizza la nostra cultura. La transizione avvicina al genere che si desidera, togliendo il maschile che vediamo allo specchio, ma qualcosa qui dentro rimane (si tocca la fronte, nda). Ci vediamo sempre con lo sguardo del maschio. Molte donne transessuali rincorrono modelli estetici passando per la chirurgia perché l’idea è che al maschio piace questo. Facciamo di tutto per avvicinarci al genere femminile ma allo specchio ci guardiamo sempre con l’occhio del maschio biologico eterosessuale. Osservo molto chi mi si avvicina, cerco di capire se sono io a interessargli o un ideale di donna a cui assomiglio. Mi accorgo subito se devo difendermi o posso lasciarmi andare.

Il contesto in cui vivi come ti ha accolta?
Inizialmente ci sono state delle ostilità. In un ambiente popolare come il mio, c’è poca informazione e quel che non si conosce intimorisce, si tende a respingerlo o a giudicarlo. Per alcuni era impensabile che una trans potesse avere una casa popolare. Inoltre il transgender è molto spesso associato alla prostituzione. Col tempo si sono accorti che ero sempre gentile e rispettosa, con alcuni ho costruito dei bei rapporti di pacifica convivenza e amicizia.

Un progetto come quello di Dimitri, strutturato su larga scala, sarebbe utile per sensibilizzare le persone sul tema della transessualità e abbattere alcuni preconcetti?
Quando ho visto il film finito non mi aspettavo di trovarci alcune scene. Forse in certi passaggi mi sono esposta troppo, ma ho voluto essere spontanea, sperando che questa spontaneità possa essere apprezzata. Non so quanto le persone transessuali siano disposte a fare lo stesso. C’è una volontà di cancellazione di quello che si era prima dell’operazione, la vecchia identità. Io sono consapevole di ciò che sono e lo accetto. Mi definisco una donna transgender perché non voglio negare il mio percorso. Anche io ho delle maschere ma le tolgo e le rimetto a seconda della situazione in cui mi trovo.

Il supporto psicologico di accompagnamento non affronta anche questa aspetto?
Il realtà è solo per rielaborare l’identità e preparare la persona agli interventi. La psichiatra delle strutture ospedaliere, una volta al mese, segue il paziente nell’indagine della propria disforia di genere, per capire se il soggetto è pronto agli interventi distruttivi e ricostruttivi. Non è un vero supporto psicologico che invece c’è ma esterno e solo se richiesto. Molti non vogliono avere niente a che fare con gli psicologi. Il transessualismo viene considerato come una malattia e si pensa che l’operazione sia il mezzo per guarirsi. Non è vero che basta questo, bisogna ricostruire la propria identità. Spesso il passaggio è troppo semplificato anche dai trans stessi. Mettersi in discussione non è semplice, ci vogliono anni per raggiungere una consapevolezza. Quando mi è arrivato il documento con il cambio di nome ero felice. Ho messo un fiocco alla porta.

Nel film si vede un poster di Jessica Rabbit. Hai un modello di riferimento femminile reale?
Nicole Kidman. Le donne austere, le bellezze anni ‘50, donne in un certo senso antiche, di classe. Dita Von Teese. Oppure Charlize Theron. Le donne giunoniche che assomigliano un po’ a me anche nella fisionomia. Mi identifico in donne alla mia pari, non nella Barbie.

Intervista e foto realizzata da Giulia Menegardo per MFN – Daily (Cronache del Festival Mix Milano), realizzata qualche giorno prima della prima visione del documentario denominato Antonia realizzato da Dimitri Singenberger