Noi, imprigionati in un altro sesso – Donna Moderna

I transgender in Italia sono 50.000. Spesso vittime di intolleranza e discriminazioni. Tre di loro ci raccontano cosa significa non riconoscersi nel proprio corpo.

Cosa significa transgender? E com’è vivere da transgender in Italia oggi? La disforia di genere è il disturbo che, per la scienza, provoca “una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico”. «Secondo le nostre stime, in Italia vivono 50.000 persone transessuali» spiega Porpora Marcasciano, presidente onorario della onlus Movimento Identità Transessuale.

«Nel 60% dei casi la transizione è da uomo a donna. È un mondo sempre più giovane dove aumenta la fascia 18-30 anni: le nuove generazioni hanno meno vergogna a dichiararsi. Si tratta di individui con una scolarizzazione medio-alta, spesso sono liberi professionisti. Purtroppo in molti pensano che ci sia un legame tra transessuali e prostituzione, che invece riguarda solo il 10% dei transgender».

Il 20 novembre è il Transgender Day of remembrance. Le vittime dell’odio contro i trans sono 250 all’anno nel mondo. L’Italia è prima in Europa per questi episodi, ecco perché vogliamo raccontarvi la storia di tre persone che tutto questo l’hanno vissuto sulla propria pelle, protagonisti del progetto fotografico “Tra le nuvole – elovun el arT” realizzato da Paola Arpone e Georgia Garofalo.

Gianmarco Negri 38 anni, di Tromello (PV)
<<Mi sono sempre sentito maschio, anche se mi chiamavo Maria e le forme del corpo si ammorbidivano. Ma 20 anni fa le 3.000 anime del paese in cui sono nato non erano pronte a vedere una ragazzina che voleva cambiare sesso. Così sono stato zitto. Mi sono laureato, ho aperto il mio studio da avvocato, ho cercato l’amore nelle donne che mi capivano. A 35 anni avevo tutto, ma non la felicità. Così nel 2014 ho iniziato l’iter della transizione: le sedute con lo psichiatra, terapia ormonale, il via libera al cambio di sesso e l’intervento per rimuovere seno, utero e ovaie. Ora c’è Gianmarco, una persona risolta. I clienti del mio studio legale sono stati fantastici: mi sono raccontato con calma e chiarezza, ho spiegato il motivo di quella barba che cresceva mentre indossavo ancora camicette da femmina e i miei desideri. Tutti hanno capito. Uno ha chiosato: “Avvocato, e lei avrà la stessa determinazione, con le nostre cause siamo in una botte di ferro”. Allora ho capito che noi transgender dobbiamo parlare e far capire  alla gente che cosa ci succede. In fondo, siamo persone che nascono nel corpo sbagliato e cercano a ogni costo di avere quello giusto>>.

Antonia Monopoli 44 anni, di Bisceglie (BT).
<<In seconda elementare il medico ha convito i miei genitori a portarmi in manicomio: lì avrebbero sistemato quel bimbo che sculettava e giocava con le bambole. Ma mia mamma spaventata, mi  prese in braccio e mi ha portata via>>. Antonia ripercorre il nastro della sua esistenza a voce bassa. <<L’adolescenza è stata un tour infernale tra psicologi che mi facevano sentire sbagliata e io mi punivo con alcool e tentativi di suicidio. A 17 anni la svolta: ho incontrato una ragazza transessuale e finalmente ho capito chi ero. L’ho seguita a Roma, poi a Milano e ho iniziato a prostituirmi. Non mi giustifico, ma all’epoca era l’unico modo per guadagnare. L’ho fatto per 10 anni, è una fase che vorrei cancellare. Proprio per evitarlo ad altri, oggi lavoro per l’associazione ALA Milano Onlus e mi occupo dello Sportello Trans: mi rivedo nelle persone che aiuto, lotto per i loro diritti, per quell’operazione che io ho avuto 4 anni fa. Ho rimosso le gonadi e per ora mi fermo qui (l’intervento totale prevede anche l’asportazione del pene, ndr). Il futuro? Mi vedo circondata da amici, sorelle e nipoti e da un compagno. Non è facile starmi accanto, ma non demordo>>

Samantha Trapanotto 42 anni, di Catania.
<<Soffro delle sindrome di Klinefelter, un’alterazione genetica dà caratteri sessuali maschili e femminili. Da bambino temevo di essere uno scherzo della natura, un ragazzino a cui cresceva il seno, un mistero per i coetanei. La famiglia è stata la mia ancora: mio papà ha arginato le mie inquietudini e ha sotenuto ogni mia scelta. Come quella di andare a Palermo e di avvicinarmi al mondo transessuale, dove ho compreso che potevo lasciar esplodere la mia femminilità. La terapia ormonale, la ricerca di un lavoro serio e l’intervento nel 2003 sono stati un arricchimento, un viaggio che mi ha portato a diventare l’individuo che sono: una donna che si occupa di amministrazione in un ospedale, che vuole cancellare stereotipi e tabù, come quello che collega transessuali a prostituzione e perversione. Ho sempre avuto storie lunghissime e non c’è stato uomo che non mi abbia detto che in me vedeva solo una donna>>.

Quanto è difficile, in Italia, cambiare identità?

Un transgender può cambiare identità sui documenti senza fare l’intervento. Lo ha stabilito una sentenza del 2015 della Corte Costituzionale. «È stata una svolta storica» nota Porpora Marcasciano della onlus Movimento Identità Transessuale.

«Non tutti possono e vogliono operarsi, sia per ragioni economiche sia per problemi fisici. Avere un documento contrario alla propria appartenenza sessuale era un problema, per esempio rendeva difficile l’accesso ai servizi sanitari o alle agenzie di collocamento».

Il costo medio dell’intervento per cambiare genere è di circa 15.000 euro: è rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale, ma i tempi di attesa sono molto lunghi perché sono pochi gli ospedali che lo fanno. Molti transgender decidono perciò di farsi operare privatamente o vanno all’estero.

Fonte: Donna Moderna

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