Noi, imprigionati in un altro sesso – Donna Moderna

I transgender in Italia sono 50.000. Spesso vittime di intolleranza e discriminazioni. Tre di loro ci raccontano cosa significa non riconoscersi nel proprio corpo.

Cosa significa transgender? E com’è vivere da transgender in Italia oggi? La disforia di genere è il disturbo che, per la scienza, provoca “una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico”. «Secondo le nostre stime, in Italia vivono 50.000 persone transessuali» spiega Porpora Marcasciano, presidente onorario della onlus Movimento Identità Transessuale.

«Nel 60% dei casi la transizione è da uomo a donna. È un mondo sempre più giovane dove aumenta la fascia 18-30 anni: le nuove generazioni hanno meno vergogna a dichiararsi. Si tratta di individui con una scolarizzazione medio-alta, spesso sono liberi professionisti. Purtroppo in molti pensano che ci sia un legame tra transessuali e prostituzione, che invece riguarda solo il 10% dei transgender».

Il 20 novembre è il Transgender Day of remembrance. Le vittime dell’odio contro i trans sono 250 all’anno nel mondo. L’Italia è prima in Europa per questi episodi, ecco perché vogliamo raccontarvi la storia di tre persone che tutto questo l’hanno vissuto sulla propria pelle, protagonisti del progetto fotografico “Tra le nuvole – elovun el arT” realizzato da Paola Arpone e Georgia Garofalo.

Gianmarco Negri 38 anni, di Tromello (PV)
<<Mi sono sempre sentito maschio, anche se mi chiamavo Maria e le forme del corpo si ammorbidivano. Ma 20 anni fa le 3.000 anime del paese in cui sono nato non erano pronte a vedere una ragazzina che voleva cambiare sesso. Così sono stato zitto. Mi sono laureato, ho aperto il mio studio da avvocato, ho cercato l’amore nelle donne che mi capivano. A 35 anni avevo tutto, ma non la felicità. Così nel 2014 ho iniziato l’iter della transizione: le sedute con lo psichiatra, terapia ormonale, il via libera al cambio di sesso e l’intervento per rimuovere seno, utero e ovaie. Ora c’è Gianmarco, una persona risolta. I clienti del mio studio legale sono stati fantastici: mi sono raccontato con calma e chiarezza, ho spiegato il motivo di quella barba che cresceva mentre indossavo ancora camicette da femmina e i miei desideri. Tutti hanno capito. Uno ha chiosato: “Avvocato, e lei avrà la stessa determinazione, con le nostre cause siamo in una botte di ferro”. Allora ho capito che noi transgender dobbiamo parlare e far capire  alla gente che cosa ci succede. In fondo, siamo persone che nascono nel corpo sbagliato e cercano a ogni costo di avere quello giusto>>.

Antonia Monopoli 44 anni, di Bisceglie (BT).
<<In seconda elementare il medico ha convito i miei genitori a portarmi in manicomio: lì avrebbero sistemato quel bimbo che sculettava e giocava con le bambole. Ma mia mamma spaventata, mi  prese in braccio e mi ha portata via>>. Antonia ripercorre il nastro della sua esistenza a voce bassa. <<L’adolescenza è stata un tour infernale tra psicologi che mi facevano sentire sbagliata e io mi punivo con alcool e tentativi di suicidio. A 17 anni la svolta: ho incontrato una ragazza transessuale e finalmente ho capito chi ero. L’ho seguita a Roma, poi a Milano e ho iniziato a prostituirmi. Non mi giustifico, ma all’epoca era l’unico modo per guadagnare. L’ho fatto per 10 anni, è una fase che vorrei cancellare. Proprio per evitarlo ad altri, oggi lavoro per l’associazione ALA Milano Onlus e mi occupo dello Sportello Trans: mi rivedo nelle persone che aiuto, lotto per i loro diritti, per quell’operazione che io ho avuto 4 anni fa. Ho rimosso le gonadi e per ora mi fermo qui (l’intervento totale prevede anche l’asportazione del pene, ndr). Il futuro? Mi vedo circondata da amici, sorelle e nipoti e da un compagno. Non è facile starmi accanto, ma non demordo>>

Samantha Trapanotto 42 anni, di Catania.
<<Soffro delle sindrome di Klinefelter, un’alterazione genetica dà caratteri sessuali maschili e femminili. Da bambino temevo di essere uno scherzo della natura, un ragazzino a cui cresceva il seno, un mistero per i coetanei. La famiglia è stata la mia ancora: mio papà ha arginato le mie inquietudini e ha sotenuto ogni mia scelta. Come quella di andare a Palermo e di avvicinarmi al mondo transessuale, dove ho compreso che potevo lasciar esplodere la mia femminilità. La terapia ormonale, la ricerca di un lavoro serio e l’intervento nel 2003 sono stati un arricchimento, un viaggio che mi ha portato a diventare l’individuo che sono: una donna che si occupa di amministrazione in un ospedale, che vuole cancellare stereotipi e tabù, come quello che collega transessuali a prostituzione e perversione. Ho sempre avuto storie lunghissime e non c’è stato uomo che non mi abbia detto che in me vedeva solo una donna>>.

Quanto è difficile, in Italia, cambiare identità?

Un transgender può cambiare identità sui documenti senza fare l’intervento. Lo ha stabilito una sentenza del 2015 della Corte Costituzionale. «È stata una svolta storica» nota Porpora Marcasciano della onlus Movimento Identità Transessuale.

«Non tutti possono e vogliono operarsi, sia per ragioni economiche sia per problemi fisici. Avere un documento contrario alla propria appartenenza sessuale era un problema, per esempio rendeva difficile l’accesso ai servizi sanitari o alle agenzie di collocamento».

Il costo medio dell’intervento per cambiare genere è di circa 15.000 euro: è rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale, ma i tempi di attesa sono molto lunghi perché sono pochi gli ospedali che lo fanno. Molti transgender decidono perciò di farsi operare privatamente o vanno all’estero.

Fonte: Donna Moderna

Inferno burocratico #transgender – Intervista ad Antonia Monopoli

Inferno burocratico transgender: “Ora basta, il nuovo sesso venga riconosciuto prima dell’intervento chirurgico” di G.M.B.

Sono Valeria”. Ma è un uomo. Condannata una trans”. La notizia campeggia sulla homepage del blog dedicato al disegno di legge 405 (http://disegnodilegge405.blogspot.it/). E, in effetti, ne è la miglior sintesi. Perché lo scopo di questo disegno di legge è consentire alle persone transessuali di ottenere che il cambiamento di genere venga registrato dall’anagrafe prima che sia stata effettuata l’operazione chirurgica. Ne parliamo con Antonia Monopoli, una persona che conosce molto bene il problema. Per averlo vissuto direttamente (la sua pratica burocratica si è conclusa un anno fa) e perché lavora a Milano allo “sportello trans” della ALA Onlus che fornisce assistenza psicologica e per l’inserimento lavorativo a quanti affrontano il problema del riconoscimento della loro identità sessuale. Il caso di Valeria è quello di una persona trans che viene fermata a Lecce dalla polizia, nella zona “a luci rosse”, come riporta la cronaca de La Gazzetta del Mezzogiorno. I poliziotti le chiedono come si chiami, e lei risponde appunto “Valeria”. Ma dal controllo dei documenti risulta che il vero nome è un altro: “Gino Ciurlia”. Scatta la denuncia per falsa attestazione di identità a pubblico ufficiale. Qualche giorno fa la condanna a un anno di reclusione con la condizionale. Il paradosso è che avevano ragione tutti. Sia i poliziotti (l’identità era formalmente falsa), sia Valeria (che si considerava tale). Ad avere torto era, ed è, la legge. Chi decide di cambiare sesso deve seguite un percorso (predisposto dall’Onig, Osservatorio nazionale sulle identità di genere) che prevede un periodo iniziale di indagini ormonali e psicologiche. Quando questi esami (mediamente in due anni) si concludono, viene elaborata una relazione che va al tribunale di residenza. Poi c’è l’operazione chirurgica. E solo dopo che è stata compiuta la pratica per il cambio all’anagrafe può essere avviata. Da quel momento in poi possono passare anche altri cinque anni. Antonia Monopoli parla di una “vita d’inferno”, segnata da enormi problemi pratici e da continue umiliazioni: “Vai a votare e l’addetto al seggio, dopo aver controllato i documenti, ti ordina di metterti in fila assieme agli uomini. E quando cerchi un lavoro, ti ritrovi a dover rispondere ad autentici interrogatori sulla tua vita condotti da impiegati delle agenzie interinali”. Che spesso, tra l’altro, non risolvono il problema. Il caso di Valeria è particolarmente emblematico anche per il luogo dove si è consumato il reato: una zona a luci rosse. Perché la prostituzione in molti casi è davvero l’unica possibilità di lavoro per quanti, in attesa che la burocrazia faccia il suo corso, non riescono a trovare un’occupazione a causa dell’incertezza burocratica sul loro genere sessuale. Un percorso crudele e sostanzialmente inutile. I sostenitori della nuova legge fanno notare che dopo la conclusione delle analisi psicologiche e ormonali è già tutto chiaro. Si tratta semplicemente di prenderne atto. Un adempimento per il quale non è necessario l’intervento del giudice: dovrebbe essere sufficiente una comunicazione al prefetto. Ma nel disegno di legge c’è anche un’altra riforma molto rilevante. Riguarda “chi alla nascita presenta condizioni congenite nelle quali lo sviluppo del sesso cromosomico, gonadico o anatomico è atipico”. Si tratta dei casi di quei bambini che nascono con caratteristiche anatomiche che rendono il sesso incerto. “Oggi – spiega Antonia Monopoli – è il medico, subito dopo la nascita, a decidere come regolarsi.Gli interventi chirurgici sono quasi immediati, col risultato che in molti casi dà al neonato un sesso diverso da quello che poi crescendo sentirà come suo”. Il disegno di legge prevede invece che il neonato“ non può essere sottoposto a trattamenti medico-chirurgici per l’assegnazione di caratteri sessuali di un solo sesso, tranne che vi siano pericolo di vita o esigenze attuali di salute fisica che escludano la possibilità di rinviare l’intervento”.Il senso della norma è evidente: “A scegliere – dice Antonia Monopoli – deve essere la persona direttamente coinvolta e nessun altro deve poter decidere per lei. Questa consapevolezza, poi, può arrivare a età diverse. Io già 7 anni sapevo che mi era stato attribuito il sesso sbagliato. Per altri la consapevolezza arriva con la pubertà. Di certo non può essere un medico a decidere per un bambino appena nato”. La nuova legge prevede che “la modificazione dell’attribuzione di sesso della persona minore d’età è autorizzata dal giudice tutelare”.
Fonte dell’intervista: Tiscali Cronaca 

#Trans Freedom March – Intervista ad Antonia Monopoli

Transgender, il movimento chiede il diritto alle generalità “congruenti
In occasione della quindicesima giornata in memoria delle vittime di transfobia, il movimento transgender chiede l’approvazione del ddl 405, che prevede la rimozione dell’iter chirurgico dai requisisti per il cambio di genere. A Torino, più di trecento persone in marcia per le vie del centro. Ma sono le identità ad essere difformi o la burocrazia che è sadicamente inadeguata? Potrà sembrare pura accademia, ma proprio su questo oggi si gioca il destino di milioni di transgender in tutto il mondo. Secondo le statistiche, nella sola Italia ne vivono almeno cinquantamila: si tratta in realtà di una stima al ribasso, che tiene conto soltanto di quanti, in seguito a un intervento, hanno chiesto a un tribunale la rettifica dell’attribuzione di genere. Agli altri tocca convivere con il cosiddetto documento “non congruente”; “che, in termini pratici, si traduce in una vita di inferno” spiega Antonia Monopoli dello sportello trans ‘Ala’ di Milano. “Vai a votare e invece che al reparto femminile ti spediscono a quello maschile. Gli uffici di collocamento e le agenzie interinali fanno fatica a presentarti alle aziende, così come quelle immobiliari non riescono a trovarti una casa. E alla fine ti ritrovi con la prostituzione come unica opzione, rinforzando ulteriormente lo stereotipo che ci vorrebbe tutte sul marciapiede”.

È per questo che sabato 22 novembre nella quindicesima giornata per la memoria delle vittime di transfobia è stata declinata dalla comunità transgender come un’occasione per chiedere l’approvazione del disegno di legge 405, che rimuove l’iter chirurgico dai requisiti per il cambio di genere. “La maggior parte dei problemi che ci vengono segnalati riporta a questa questione” continua Monopoli. “Se una trans ci chiede aiuto per uscire dal giro della prostituzione, facciamo fatica a trovarle un lavoro perché sui suoi documenti c’è il nome di un uomo. Idem se per proteggerla dobbiamo cercarle una nuova sistemazione. E chi un lavoro ce l’ha spesso deve fare i conti con le vessazioni, come i superiori che ti costringono a utilizzare il bagno degli uomini”.

Anche Monopoli racconta di essere transitata per le vie della prostituzione, prima di uscirne grazie al supporto dell’associazionismo transgender milanese. Sabato pomeriggio 22 novembre era a Torino, scelta quest’anno come città pilota per la manifestazione: insieme ad altre trecento e più persone ha sfilato fino a piazza Castello, dove una delegazione di attiviste ha acceso, come ogni anno, una fila di candele a formare la scritta “Tdor“, acronimo di Transgender day of remebrance. La prima volta accadde ad Allston, nel Massachussets: era il novembre del 1998 e in 250 si riunirono in una marcia spontanea in memoria di Rita Hester, una transessuale afroamericana che era appena stata uccisa con venti coltellate al petto. Il Tdor nel frattempo è divenuto una ricorrenza internazionale, celebrata in duecento paesi nel mondo; ma se si escludono nazioni come l’India e il Bangladesh, che hanno appena introdotto una terza definizione di genere, quasi ovunque la comunità trans è ferma all’abc dei diritti civili. Secondo il Dsm (manuale diagnostico dei disturbi mentali), ancora oggi trasngenderismo è sinonimo di “disturbo di identità di genere” (dig), una patologia che causerebbe “un disagio clinico persistente o problemi nell’area occupazionale, della socialità o in altre importanti aree funzionali”.

Di problemi occupazionali, in effetti, ne sa qualcosa Anita Palladino, presidente dell’Associazione trans Napoli. Per oltre vent’anni è stata un appuntato della Guardia di finanza, finché nel 2011, a 44 anni, ha deciso di venire allo scoperto. “Per me – ricorda – i problemi sul lavoro sono iniziati allora; ed è stato proprio il Dsm a portarmeli. Con i colleghi non ne ho mai avuti: tutti sapevano che mi piacevano gli uomini, perché nascondere una cosa del genere, in un corpo militare, è pura follia. Io nel corpo ho avuto grandi amici: ci punzecchiavamo a vicenda, c’era un gran cameratismo. Finché nel 2011 ho iniziato a sentire il bisogno di liberare sul serio la mia anima. Ed è a quel punto che tutto è precipitato”. Quando espone la sua situazione ai vertici del corpo, Anita si vede recapitare una diagnosi di Dig e viene dichiarata inabile al lavoro. “Mi hanno riconosciuto una residua capacità lavorativa – ricorda – offrendomi la ricollocazione ‘a impegno fisico moderato’ in un ufficio del Ministero delle finanze. È la stessa procedura prevista per gli invalidi; ma io sarei in grado di tornare di pattuglia anche domani ed è esattamente quello che intendo fare.Per questo ho fatto ricorso al Tar; e quando me lo hanno rigettato mi sono rivolta al Consiglio di stato, che a breve dovrà pronunciarsi sulla vicenda”.

Nel frattempo, è dalle pubbliche amministrazioni che qualcosa potrebbe iniziare a muoversi: Ilda Curti, assessore alle Pari opportunità della città di Torino, spiega che il Comune avrebbe appena accolto una proposta del coordinamento Torino Pride, in modo da dare ai dipendenti pubblici la possibilità di declinare il genere, su badge e cartellini, secondo il proprio sentire. “La legge sulla trasparenza delle pubbliche amministrazioni – spiega Curti – impone a chi lavora a contatto con il pubblico di avere il proprio nome ben visibile su un cartellino. Quello che stiamo studiando è un semplice accorgimento per evitar loro il disagio di esibire un nome maschile su un corpo femminile, o viceversa. Anche l’Università di Torino si è già mossa in questo senso con gli studenti. Noi in realtà non sappiamo ancora se qualcuno dei nostri dipendenti abbia questo tipo di necessità; ma offrir loro un’opzione è un semplice gesto di civiltà”.

Fonte dell’articolo: Redattore Sociale 

ALTRI MONDI – Intervista ad Antonia Monopoli.

Antonia, sei la responsabile dello sportello Trans ALA Milano Onlus. Come nasce il tuo impegno sociale e come sei arrivata a ricoprire il ruolo che svolgi adesso?

Nasce nel lontano 2002 quando mi sono avvicinata per la prima volta all’ArciTrans “La Fenice” situata all’interno dell’Arcigay CIG Milano. Lì incontrai la presidente Deborah Lambillotte.

All’epoca da una mia carenza sono riuscita ad attingere a una risorsa esistente e, nello stesso tempo, farmene carico per portarla avanti nel tempo. Negli anni a seguire ho partecipato a delle formazioni per perfezionare il mio ruolo e avere più strumenti per svolgere il lavoro che ancora oggi porto avanti offrendo un servizio specifico.

Come è stata la tua adolescenza e come hai affrontato il tuo sentirti una donna nel corpo di un ragazzo? 

La mia adolescenza è stata confusionaria ed è stata caratterizzata dall’abuso di alcool, da un tentato suicidio, dalla fuga da casa e dal contesto in cui vivevo. Dovevo fare i conti con una società, quella pugliese, ostile, maschilista e sessista. Non avevo nessuna informazione e nessun strumento, solo tanta voglia di essere me stessa: una donna.

Da sempre la figura della donna transgender è legata alla prostituzione e questo binomio è difficile da sconfiggere  e di certo certa stampa non aiuta affatto. Quando leggi sui giornali notizie legate a questo tema che cos’è che ti da più fastidio?

Bisogna premettere che la prostituzione negli anni passati è stata l’unica risorsa a cui le transgender potevano attingere per essere donne. Oggi come oggi, grazie soprattutto al lavoro svolto dalle associazioni di riferimento lgbt e alla collaborazione in questi ultimi anni delle istituzioni, la persona transgender può scegliere un’alternativa a essa. Certo è che quando leggo ancora oggi alcuni articoli di giornale mi si accappona la pelle per il continuo uso di termini come “Viados” o per le declinazioni dei pronomi riferiti al sesso biologico della persona trans, o ancora l’indicare il nome al maschile, e il dare per scontato il binomio trans=prostituzione. Credo che dietro a tutto questo ci sia poca professionalità e ciò danneggia la dignità delle persone transgender.

Di recente è scoppiata un grande polemica legata alla sepoltura di una donna transessuale con gli abiti maschili. Tu come hai reagito a questa notizia e che cosa hai pensato nel leggerla?

L’ho letta e sinceramente mi è salito il sangue al cervello dalla rabbia. Non so come fossero i rapporti tra questa donna transessuale e i suoi famigliari, ma, a ogni modo, ho trovato molto ingiusta la scelta della famiglia. Un non rispetto da parte della famiglia verso la dignità di una figlia trans. Ancora una volta ho visto danneggiare la dignità di tutte le persone trans e non solo della defunta in questione.

L’Italia si sa non è proprio uno dei Paesi più propensi all’omosessualità e i continui rimandi di una legge contro l’omofobia o del riconoscimento dei diritti civili ne sono una dimostrazione. Anche l’attuale premier sta seguendo le orme dei suoi predecessori rilasciando tante promesse e non mettendo in pratica nessun fatto, almeno al momento in cui ti parlo. Quando, secondo te, l’Italia sarà pronta a riconoscere pari diritti e pari doveri a tutti i suoi cittadini? E secondo te chi dovrebbe governare questo Paese affinché si allinei allo standard europeo?

Quando, secondo me? Sinceramente credo che non ci sia un tempo per, bensì credo che la maggior parte della popolazione italiana sia pronta da moltissimo tempo ai cambiamenti verso l’emancipazione; non per niente alle manifestazioni pubbliche come i Pride, che si svolgono ogni anno dagli anni 70 in molte città italiane, vi partecipano tante persone lgbt, ma anche famiglie, amici, simpatizzanti eterosessuali con l’unico scopo di rivendicare pari diritti, pari dignità e pari opportunità per tutti ponendo fine alla divisione fra cittadini di serie A e di serie B. Chi ci dovrebbe governare? Bella domanda! A volte vediamo che coloro che ci governano sono persone incompetenti che promettono, ma non mantengono. Interlocutori non affidabili. Tutto questo mi sconforta.

Al momento vivi a Milano capoluogo della Lombardia regione che da sempre rimanda alla mente, politicamente parlando almeno, alla Lega. Proprio i suoi esponenti, Bonanni e Salvini giusto per citarne due, sono contrari all’omosessualità tanto da sentirsi vicini alla Russia di Putin e di volerne seguire l’esempio. Da milanese d’adozione, che cosa ne pensi di tutto ciò? Pensi che la Lega possa influenzare altri partiti?

Spero di no! A Milano abbiamo una giunta comunale favorevolissimissima alle pari opportunità, è stata creata la Casa dei Diritti dove l’organizzazione a cui faccio parte, l’associazione ALA Milano Onlus, collabora con le operatrici presenti e con la giunta comunale. Non per niente quest’anno la Casa dei Diritti ospiterà una mostra fotografica denominata “Il tuo tabù e la mia famiglia” per l’evento annuale del Transgender Day of Remembrance.

Tornando al tuo lavoro, c’è un’esperienza che ti è rimasta particolarmente al cuore?

Tutte le persone che ho accolto nel mio ufficio e non solo, che ho ascoltato, che ho seguito e che continuo a seguire hanno, da sempre, uno spazio nel mio cuore. Sono tante le persone che usufruiscono del servizio che offro e sono soddisfatta del lavoro che svolgo con l’aiuto e il supporto delle persone che fanno parte dell’associazione ALA Milano Onlus.

 

Per concludere, che cosa consiglieresti a tutte le persone trangender al fine di convincerli a venirti a trovare per chiedere il tuo aiuto?

Non ho bisogno di convincere nessuno, io ci sono! C’è uno spazio accogliente che è la sede dove opero, una serie di strumenti quali linea telefonica, mail e social network pronti all’ascolto e all’accoglienza e un team di persone accanto a me pronte ad attivarsi per supportare la persona che necessita di aiuto, dei servizi e delle associazioni esistenti sul territorio milanese, lombardo ma anche nazionale con le quali collaboriamo in rete per facilitare i percorsi di vita quotidiana delle persone transgender e delle loro famiglie.

ALTRI MONDI - Estrapolazione dell’intervista integrale che potete trovare qui realizzata da Francesco Sansone

 

ANTONIA – Intervista radiofonica

Lunedì 23 giugno, ultimo giorno del 28° Festival Mix Milano, Antonia Monopoli è ospite nella trasmissione radiofonica di Cult Radio Popolare, condotta da Barbara Sorrentini, per un’intervista sulla sua esperienza insolita come protagonista del film documentario denominato “Antonia” del regista svizzero Dimitri Singenberger. Dove accenna alcuni passaggi del film documentario, per ascoltare clicca qui
Recensione realizzata da Gian Paolo Galasi, denominata Antonia
“Sono un camaleonte” I diversi colori di Antonia – intervista di Giulia Menegardo per MFN – Daily

I diversi colori di Antonia

«SONO UN CAMALEONTE». I DIVERSI COLORI DI ANTONIA
di Giulia Menegardo

La protagonista del cortometraggio di Dimitri Singenberger si racconta. Un gioco di riflessi che diventa autoritratto.

Ho incontrato Antonia nel suo ufficio allo Sportello Trans ALA di Milano. Mi ha accolta con la tranquillità di chi è a proprio agio e desidera farti sentire al sicuro. La realtà corrisponde all’immagine del film che porta il suo nome, Antonia. Una donna trans sorridente, dalla stretta di mano delicata ma decisa, consapevole di non poter essere completamente donna ma determinata a non voler dimenticare nessuna fase del suo vissuto. «Sono nata con un corpo maschile e ora sono una donna trans, ma quello che ero ha arricchito quello che sono». Dimitri assiste a una storia che si racconta con naturalezza mentre si svolge. L’occhio indagatore della telecamera riporta fedelmente episodi quotidiani della vita di Antonia, si fa largo tra ciò che è pubblico e trova un passaggio per un mondo privato. Il punto di vista cambia in corso d’opera, da osservatore diventa partecipe, in un continuo gioco di sguardi sulla vita e la persona di Antonia ma anche su di sé e le proprie reazioni. Le riprese oggettive ci coinvolgono nel film come interlocutori, allo stesso tempo qualcosa ci ricorda che questa non è finzione ma realtà.

Come vi siete incontrati tu e Dimitri e come è nata l’idea di questo progetto?
Mi ha contattato lui. L’idea iniziale era di fare dei ritratti di persone trans ma no ve ne erano disposte a farsi coinvolgere. Allora siamo rimasti noi due, di conseguenza è nato un rapporto di fiducia che è poi diventato amicizia.

A un certo punto c’è una sorta di inversione di ruoli, in un certo senso diventi tu la regista che indaga le sue sensazioni. Era previsto dal principio?
No. Molte decisioni sono state prese mentre giravamo. All’inizio non voleva, poi si è coinvolto e in certi momenti si è fatto riprendere. Da parte sua c’era curiosità ma era titubante e timido, ho cercato di fare un po’ da guida, di spronarlo. In certi momenti ho anche osato un po’, per vedere le sue reazioni.

Nel film dici che “il maschile rimane a livello mentale”, cosa intendi?
Le persone che nascono maschi sono impregnate del maschilismo che caratterizza la nostra cultura. La transizione avvicina al genere che si desidera, togliendo il maschile che vediamo allo specchio, ma qualcosa qui dentro rimane (si tocca la fronte, nda). Ci vediamo sempre con lo sguardo del maschio. Molte donne transessuali rincorrono modelli estetici passando per la chirurgia perché l’idea è che al maschio piace questo. Facciamo di tutto per avvicinarci al genere femminile ma allo specchio ci guardiamo sempre con l’occhio del maschio biologico eterosessuale. Osservo molto chi mi si avvicina, cerco di capire se sono io a interessargli o un ideale di donna a cui assomiglio. Mi accorgo subito se devo difendermi o posso lasciarmi andare.

Il contesto in cui vivi come ti ha accolta?
Inizialmente ci sono state delle ostilità. In un ambiente popolare come il mio, c’è poca informazione e quel che non si conosce intimorisce, si tende a respingerlo o a giudicarlo. Per alcuni era impensabile che una trans potesse avere una casa popolare. Inoltre il transgender è molto spesso associato alla prostituzione. Col tempo si sono accorti che ero sempre gentile e rispettosa, con alcuni ho costruito dei bei rapporti di pacifica convivenza e amicizia.

Un progetto come quello di Dimitri, strutturato su larga scala, sarebbe utile per sensibilizzare le persone sul tema della transessualità e abbattere alcuni preconcetti?
Quando ho visto il film finito non mi aspettavo di trovarci alcune scene. Forse in certi passaggi mi sono esposta troppo, ma ho voluto essere spontanea, sperando che questa spontaneità possa essere apprezzata. Non so quanto le persone transessuali siano disposte a fare lo stesso. C’è una volontà di cancellazione di quello che si era prima dell’operazione, la vecchia identità. Io sono consapevole di ciò che sono e lo accetto. Mi definisco una donna transgender perché non voglio negare il mio percorso. Anche io ho delle maschere ma le tolgo e le rimetto a seconda della situazione in cui mi trovo.

Il supporto psicologico di accompagnamento non affronta anche questa aspetto?
Il realtà è solo per rielaborare l’identità e preparare la persona agli interventi. La psichiatra delle strutture ospedaliere, una volta al mese, segue il paziente nell’indagine della propria disforia di genere, per capire se il soggetto è pronto agli interventi distruttivi e ricostruttivi. Non è un vero supporto psicologico che invece c’è ma esterno e solo se richiesto. Molti non vogliono avere niente a che fare con gli psicologi. Il transessualismo viene considerato come una malattia e si pensa che l’operazione sia il mezzo per guarirsi. Non è vero che basta questo, bisogna ricostruire la propria identità. Spesso il passaggio è troppo semplificato anche dai trans stessi. Mettersi in discussione non è semplice, ci vogliono anni per raggiungere una consapevolezza. Quando mi è arrivato il documento con il cambio di nome ero felice. Ho messo un fiocco alla porta.

Nel film si vede un poster di Jessica Rabbit. Hai un modello di riferimento femminile reale?
Nicole Kidman. Le donne austere, le bellezze anni ‘50, donne in un certo senso antiche, di classe. Dita Von Teese. Oppure Charlize Theron. Le donne giunoniche che assomigliano un po’ a me anche nella fisionomia. Mi identifico in donne alla mia pari, non nella Barbie.

Intervista e foto realizzata da Giulia Menegardo per MFN – Daily (Cronache del Festival Mix Milano), realizzata qualche giorno prima della prima visione del documentario denominato Antonia realizzato da Dimitri Singenberger 

L’Altro Martedì 26 Novembre 2013

L’Altro Martedì la trasmissione di cultura ed informazione omosessuale e transgender di Radio Popolare del  26 novembre andata in onda dalle ore 21.30 alle ore 22.30. In apertura ci sono state delle notizie dal mondo e dall’Italia che ruotano intorno e dentro la realtà lgbt, con approfondimenti riguardo: Politica e Diritti: Transgender Day of Remembrance, il punto della situazione con Antonia Monopoli transfemminista e responsabile dello Sportello Trans di ALA Milano Onlus.
A seguire approfondimenti con Culture e Società: Medhin Paolos, attivista lesbica di Rete G2, network nazionale che raggruppa figli di coppie straniere ma nati in italia, di cui presenterà lo Sportello G.Lab nato in collaborazione con il Comune di Milano e racconterà le proprie esperienze personali non sempre facili come lesbica di origini eritree. Intervista a cura di Massimo Basili ideatore della rubrica “Bel suol d’amore!” storie ragazzi gay e lesbiche di origini extraeuropee.
Per ascoltare la trasmissione clicca qui

Antonia Monopoli, piano A piano B

Non mi piacciono le persone che si attaccano a livello morboso. Faccio fatica a respirare.”

Foto realizzata da Laura Baiardini. Intervista realizzata da Anita Giavoni Merlin per TWO GIRLS ONE MUG

Antonia Monopoli è nata in Puglia, vive a Milano da 20 anni e nel 2011 ha affrontato il primo intervento di rettifica chirurgia sessuale.

Colazione
Non faccio mai colazione.
Per quanto mi riguarda, i pasti più importanti della giornata sono il pranzo e la cena.

Piano A
Il mio piano A nella vita è sempre stato uno: realizzarmi in quanto donna.
Oggi posso dire finalmente di avercela fatta. Ho adeguato il genere con una rettifica sessuale e cambiato il nome, successivamente ho goduto di una vera e propria rinascita. Ho sempre saputo di avere la percezione di me al femminile, ma a Bisceglie nessuno aveva la sensibilità di capire, per i miei compaesani era più facile puntare il dito. Mi portarono in manicomio che avevo solo 8 anni.
Una volta adulta, mi sono prostituita per dieci lunghissimi e interminabili anni. È stata l’esperienza più brutta della mia vita e ricordo che stavo malissimo perché venivo toccata da uomini che non mi piacevano. Questa violenza psicologica mi fece cadere presto in un’atroce depressione dalla quale sono uscita da sola, senza l’ausilio di psicologi. Ho semplicemente cominciato a prendermi cura di me, imparando a tutelarmi da sola. Ricordo che uscivo ogni mattina per cercare un lavoro, ma la risposta era sempre “Abbiamo già preso” e io rispondevo a tono, puntando il dito verso il cartello appeso fuori dalla porta d’entrata del locale o del negozio, ma i proprietari mi assicuravano che lo avrebbero tolto presto. Spesso mi capitava di ripassare e trovare lo stesso cartello appeso per giorni, settimane.
Per fortuna le cose stanno lentamente cambiando. L’Italia si sta unificando, ma al Sud mancano comunque dei punti di riferimento. Il Nord Europa, per esempio, è più emancipato: in Svizzera e in Germania, una persona trans non deve per forza rettificare il sesso per cambiare nome. Devo dire che Facebook e il web in generale sono indispensabili per fare in modo che se ne parli. C’è una forte unione, infatti, nell’affrontare l’argomento e nel andare contro la discriminazione insieme.
Io, da parte mia, lavoro ogni giorno nel sociale, organizzando annualmente l’iniziativa Transgender Day of Remembrance. Ho contribuito al progetto americano tradotto in italiano “Le cose cambiano” e ho raccontato la mia esperienza nel capitolo “Il percorso verso l’emancipazione”. Da tre anni faccio parte di una compagnia teatrale, e nonostante le mie prime difficoltà ad esprimermi, oggi posso dire che mi aiuta tantissimo. Mi impegno nei diversi ambiti culturali perché è importante esserci. Chi viene al Pride magari non va a teatro, e viceversa.

Piano B
Se la mia partecipazione attiva sul sociale dovesse subire un blocco, mi piacerebbe dedicami totalmente alla cartomanzia, all’astrologia e alla numerologia.Sono passioni che porto dentro sin da quando ero bambina, poi crescendo ho potuto integrare con letture, studi e approfondimenti. Spero comunque di continuare con il mio Piano A per tanto tempo ancora e vivermi il Piano B come una passione infinita.

La storia di Antonia

«io transgender di Bisceglie vi racconto il mio passato di prostituta»

«I miei clienti abituali partivano da un’età intorno ai 16 anni e finivano intorno ai 60 anni, tutte persone comuni, sigle, fidanzati, sposati, conviventi, padri di famiglia, coppie formate di donne e uomini, di vari ceti sociali, regioni, paesi e quant’altro», questa una delle rivelazioni di Antonia, transgender ed ex prostituta di Bisceglie. Intervista realizzata da: NICOLA RICCHITELLI per “LA VOCE GROSSA

Nata a Bisceglie nel 1972, nel 1994 si trasferisce a Milano per intraprendere quello che si dice in ambito medico scientifico viene definito percorso di transizione, riattribuzione del genere MtoF (Male to Female, da maschio a femmina); Responsabile dello Sportello Trans di ALA Milano Onlus; milita e lotta attivamente contro la discriminazione e la transfobia esponendosi sempre in prima linea. Peer Educator in progetti sulla prostituzione occupandosi di persone Transgender. Fa parte del Coordinamento Arcobaleno di Milano e provincia. Fa parte del Coordinamento Nazionale Trans Sylvia Rivera. Ha contribuito alla realizzazione di tre documentari sulla realtà trans: “Crisalidi 5 racconti di vita trans” di Federico Tinelli, “O sei uomo o sei donna.. chiaro?!” di Enrico Vanni, “Antonia” di Dimitri Singenberger; ha contribuito alla realizzazione dei libri di Monica RomanoDiurna”, e di “Le cose cambianoIsbn Edizioni Corriere della Sera; è attrice per la compagnia teatrale sull’Identità di Genere ATOPOS Variabili Umane. Da sempre coltiva la passione e lo studio per le discipline esoteriche.
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