Documentario – ANTONIA – 1a Recensione

Recensione di Gian Paolo Galasi, professione fotografo, sul documentario “Antonia” del regista svizzero Dimitri Singenberger, proiettato in prima visione mondiale venerdì 20 giugno presso il 28°Festival Mix Milano. 

Il documentario, come la fotografia, è un metodo insidioso per riprodurre e mostrare frammenti di realtà. C’è l’illusione dello sguardo oggettivo, quando in realtà il montaggio è una lingua e quindi gode di due aspetti, uno strutturale e impassibile e uno, diciamo, di valore d’uso e quindi appassionato. C’è l’illusione dell’immortalità di ciò che viene riprodotto, quando in realtà l’immagine vive sempre del suo essere tra due mondi, quello del passato che non è più e quello della coazione a ripresentarsi nel presente, sotto la forma fantasmatica della proiezione. Le immagini bloccano il senso della perdita, e donano l’illusione di conoscere; una fotografia indica, una sequenza di fotogrammi spiegano.

Il documentario, come la fotografia, è stato per lungo tempo strumento di possesso, come è avvenuto nei documentari etnografici. Ma sia le immagine statiche che le immagini in movimento sono state utilizzate, a partire dai surrealisti, per aprire uno squarcio sul mondo interiore. L’essere umano soffre di una ferita originaria, gode di un linguaggio con cui esprimere le proprie esperienze, che impara ad articolare nel corso della sua esistenza, ma non tutte le sue esperienze, sopratutto quelle intime, sono reversibili in una lingua. C’è spazio per un resto che rimane escluso dall’espressione e resta nel dominio della pura esperienza, della nuda vita.

Antonia è un documentario molto particolare, a partire da quell’inquadratura nell’ascensore dove la protagonista e il regista risultano entrambi visibili allo specchio, e dove è svelata anche la presenza della macchina da presa, che è un esempio estremo di stereoscopia, quel fenomeno tipico delle immagini, che di natura sono bidimensionali, approfittando del quale, tramite l‘uso delle ombre, in fotografia è possibile dare a chi guarda l’illusione della tridimensionalità, della profondità. Qui la stereoscopia si fa quasi metafisica, smette di mostrarsi solo come strutturale e diventa incontro, perché nel soggetto rappresentato, a un certo punto, nasce il bisogno di conoscere, di sperimentare, di sapere. Non è un soggetto passivo ma un soggetto attivo, che innesca un simile meccanismo in chi riprende.

Il documentario è una indagine, solitamente si sviluppa attorno a un soggetto di cui mostra determinate azioni per spiegarne il funzionamento. Di questo meccanismo il soggetto del documentario di solito è all’oscuro, lo vediamo spesso in documentari naturalistici ma talvolta anche in documentari che ci mostrano situazioni umane, dove chi viene ripreso ha l’illusione di essere protagonista, soggetto, ma in realtà ha la funzione di una macchina performativa, un meccanismo che si rivela all’occhio desideroso di vederlo/possederlo; ogni visione in questo senso è onirica, perché tendenzialmente priva di quello scarto che di solito si produce nella realtà tra l’azione e il linguaggio che la descrive: nel documentario solitamente la didascalia, la spiegazione, è o si vuole aderente al soggetto ripreso, come fosse il suo vestito perfetto, ideale.

In Antonia abbiamo invece la situazione opposta: la protagonista acquisisce uno spazio che va oltre quello della rappresentazione, abbiamo un momento dolce di intimità tra la protagonista e il regista ad esempio, che è l’irruzione del reale nella struttura della fiction, nella trama narrativa. Tutto avviene con naturalezza, con una strategia di avvicinamento che non a caso segue un dialogo tra i due dove riaffiorano i fantasmi del noi/voi, dell’articolazione di una differenza tramite quella barra di divisione che è quella del linguaggio, di quello parlato come di quello cinematografico (campo/controcampo). Attraverso i dettagli del corpo di Antonia nella vasca da bagno, abbiamo la visione di oggetti parziali anziché di un dettaglio, il ritorno a una specie di utero materno dove la visione non è più totale ma spezzettata, una visione che scivola dolcemente sui particolari creando imbarazzo al creatore della visione, per sua stessa ammissione.

Non è una cosa che avviene per caso, sicuramente il desiderio di conoscere di entrambi i protagonisti di questo lavoro, regista e soggetto, ha lavorato sottopelle per arrivare a ottenere questo risultato. Ho pensato a Stalker di Tarkovskij vedendo questo documentario, perché quel piccolo rinfacciarsi le proprie posizioni, quel ‘voi transessuali‘, e quel ‘voi normali‘, è la stessa cosa che avviene ai protagonisti del film del regista russo prima di entrare nella stanza in cui si realizzano i desideri. E’ l’azione dello spogliarsi, del lasciare la pelle/pellicola per entrare in uno spazio più intimo, più personale, dove finalmente è possibile conoscersi al di là del linguaggio e del pensiero, e dove l’immagine, ridotta al suo statuto di parzialità, torna a suggerire invece di dire, e suggerisce innanzitutto un’etica dell’avvicinamento, dove il desiderio diventa quel campo magnetico dove è possibile che succedano delle cose, e all’interno del quale qualcosa di indefinito avviene, si dispiega.

Si crea così un campo di immanenza, una situazione, dove ciò che viene restituito allo spettatore è innanzitutto un modo di avvicinarsi all’altro in cui, improvvisamente, la dimensione dell’alterità svanisce, lasciando il suo posto a uno spazio bianco dove le risposte condizionate dal gioco delle identità consuete non hanno più spazio né ragione di essere. Nasce un’etica dell’incontro, una indicazione precisa di come mettere in gioco il proprio desiderio di conoscere, di sapere.

Credo che il cinema e la fotografia abbiano un fondo perverso, sono strumenti che permettono all’essere umano di interrompere il flusso naturale delle cose e fermarle, per non soffrire il senso della perdita. Quando come in questo documentario il substrato del desiderio viene portato allo scoperto, cinema e fotografia esplicitano il proprio senso, e acquisiscono o riacquisiscono la propria capacità di mordere, di affondare i denti nella realtà modificandola, senza catarsi o esorcismi ma creando un campo di immanenza dove è possibile sperimentare qualcosa di nuovo.

Se una data realtà ancora non gode di una lingua per essere esplicitata è solo a partire dal desiderio di conoscere che una nuova lingua si può formare, e il passaggio dal noi/voi all’adesso, al momento, al qui e ora, di cui potete godere vedendo questo filmato di mezz’ora, è il passaggio dal differenziale di cui vivono le strutture linguistiche in cui ci muoviamo all’abolizione della differenza, al momento del contatto. E’ a partire da questo momento che le nostre strutture di pensiero smettono di esistere, si prendono una pausa, per uscirne poi rinnovate, nel momento in cui devono rendere conto dell’accaduto, che di solito coincide con l’impensato, con il nuovo. E’ il desiderio più antico del mondo, e Antonia, nel suo piccolo, ce ne concede un breve saggio.

Gian Paolo Galasi, Photography  

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